GPI Group

News/

Mettere il paziente al centro: la dimissione protetta

Nel Primo Piano precedente avevamo  parlato  degli obiettivi del Patto per la Salute del Ministero della Sanità e di come questi fossero realizzabili attraverso la continuità della cura.

Avevamo anche raccontato di come la continuità delle cura, soprattutto per patologie complesse, richiedesse l’abbandono della logica prestazionale in favore di un modello di “presa in carico” del paziente.

Oggi parliamo di dimissione protetta, che è in un certo senso il centro di questo modello e che non è solamente una fase interposta fra diverse fasi di cura, ma costituisce un vero livello di offerta prestazionale complessa.

Negli ultimi vent’anni, in tutti i sistemi sanitari avanzati, si è assistito ad una progressiva deospedalizzazione che ha coinvolto anche il nostro Paese: negli ospedali italiani pubblici e privati, infatti, dal 1980 al 1999 il numero dei posti letto è diminuito del 48% (da 542 mila a 280 mila); le giornate di degenza del 45% (da 138 milioni a 76 milioni); la degenza media si è ridotta del 41% (da 12.9 a 7.7 giorni) - (Maciocco et al, 2004).

Anche per questo la dimissione dei pazienti “fragili” acquista una funzione decisiva per la “continuità assistenziale", perchè dovrebbe rappresentare il momento in cui viene assicurata un’attenta valutazione clinico-assistenziale del malato stesso e vengono predisposte le operazioni necessarie, anche dal punto di vista gestionale, organizzativo e informativo, per un appropriato trasferimento della presa in carico ad altri operatori.

Percorsi di cura dedicati

Il processo di dimissione inizia proprio con la valutazione accurata del paziente e la conseguente definizione del setting assistenziale appropriato. Grazie a questa fase è possibile identificare subito i pazienti a rischio di dimissione difficile e i setting assistenziali che dovranno essere attivati per la continuità delle cure.

Per questo motivo il processo di dimissione protetta dovrebbe iniziare il prima possibile:all'accettazione o, al massimo, entro la terza giornata di degenza. Si potrebbe anche prevedere uno scenario in cui accertamento e inquadramento avvengano già al Pronto Soccorso, in modo da poter attivare immediatamente percorsi di cura dedicati.
Sarebbe così possibile evitare le lunghe attese che spesso causano il peggioramento delle condizioni di salute dei pazienti, le dimissioni ritardate e i ricoveri inappropriati che spesso sottraggono posti letto ai pazienti che più ne hanno necessità e che pesano sulla gestione economica della struttura di ricovero.
 

Il Piano Assistenziale Individualizzato (PAI)

Al centro dell'intero processo di dimissione protetta, il Piano Assistenziale Individualizzato definisce la serie di interventi necessari per raggiungere gli obiettivi della cura e i bisogni di salute del paziente, sia in ospedale sia nelle fasi successive al ricovero.
Quindi il PAI nasce quindi in ospedale al momento del ricovero del paziente e definisce tutto il percorso di cura, anche al domicilio del paziente. È compito poi del Direttore del distretto e dell'Unità di Valutazione Multidimensionale organizzare e mettere a disposizione le risorse necessarie all'esecuzione del Piano, anche rimodulandolo per assecondare le esigenze del percorso di cura.

Dimissione protetta in 4 fasi

Possiamo identificare quattro fasi distinte del processo.

  1. Valutazione accurata del paziente
    Viene svolta in team e prevede un coinvolgimento del personale socio-sanitario sia ospedaliero che territoriale a livello multiprofessionale. È una fase complessa e di estrema importanza che deve presupporre dei protocolli e dei percorsi di intervento e di approccio al paziente strutturati, condivisi ed integrati delle diverse professionalità coinvolte (medici, infermieri, fisioterapisti, assistenti sociali ecc). La corretta integrazione e condivisione delle informazioni in ottica multiprofessionale è determinante per garantire la continuità della cura.
     
  2. Analisi delle abilità funzionali
    Permette di capire quali sono le abilità psico-fisiche della persona, cosa è in grado di fare, qual è il suo grado di autonomia, quali disabilità o quali ridotte funzionalità sono presenti, Inoltre permette di capire quali risorse la persona è capace di attivare per affrontare la malattia e per raggiungere gli obiettivi di cura.
     
  3. Analisi del sistema di supporto sociale
    Permette di sondare il supporto sociale intorno al paziente per capire che il tipo di supporto da eventualmente attivare in caso di scarsa presenza o totale assenza, ad esempio, di care givers.
     
  4. Definizione del setting assistenziale appropriato 
    È la fase finale che nasce dal confronto tra la valutazione del paziente fatta e quanto viene offerto dai servizi territoriali, la loro adeguatezza e rispondenza alle necessità evidenziate. Garantisce al paziente la miglior prosecuzione della cura.

I vantaggi della dimissione protetta

  • Aumento dell'aderenza alla terapia
  • Empowerment delle equipe mediche
  • Riduzione dei ricoveri inappropriati
  • Riduzione delle probabilità di ospedalizzazione a breve termine
  • Diminuzione delle dimissioni ritardate
  • Diminuzione delle complicanze post - ricovero
  • Maggior soddisfazione dei pazienti e delle famiglie
  • Miglioramento della qualità percepita dei servizi

 

I piani di dimissione elaborati fin dall'inizio del ricovero, possono effettivamente ridurre la durata della degenza e permettere al paziente di ritornare a casa. Qui il paziente, sia acuto sia cronico,  potrà continuare il suo piano di cura, con la sicurezza che eventuali complicanze saranno prevenute o comunque riconosciute, grazie al costante monitoraggio delle sue condizioni.
Il progetto di integrazione ospedale - territorio a cui stiamo lavorando ruota intorno al processo di dimissione protetta che viene concretizzato da soluzioni dedicate alla gestione della Cartella Multiprofessionale e alla gestione di tutte le attività inerenti la valutazione multifunzionale o multidimensionale, socio-sanitaria dei pazienti.

CONDIVIDI
TORNA SU